L’ultimo giorno

Pasolini muore il 2 novembre 1975. Il suo corpo viene ritrovato sul litorale romano pieno di lividi, con le ossa rotte e addosso i segni dei pneumatici di un’auto.

Il delitto Pasolini è una delle pagine più tristi e ancora irrisolte della storia italiana. Da sempre il solo sospettato dell’omicidio è Giuseppe Pelosi, detto Pino, all’epoca diciassettenne, ragazzo col quale Pasolini sembra aver trascorso le ultime ore della sua vita. Il movente è quello sessuale, o almeno di difesa da un abuso sessuale che Pasolini avrebbe voluto perpetrare nei confronti del ragazzo, sempre secondo le parole di Pino Pelosi. Ma qualcosa non quadra. Il ragazzo è stato trovato qualche ora dopo alla guida dell’auto di Pasolini, vestito di tutto punto e senza che nulla potesse far pensare a una colluttazione; inoltre, Pasolini era persona in salute, sportivo, difficilmente sarebbe stato così sopraffatto e ridotto tanto male da una persona sola.

La vicenda fu archiviata in fretta in quella fine degli anni ’70 e il caso venne riaperto più volte, senza però trovare conferme sulla presenza di altre persone la sera dell’omicidio.

A distanza di quasi quarant’anni ci si chiede ancora il perché di un delitto tanto brutale, ma che – almeno da parte dello stesso Pasolini – non fu del tutto inaspettato. Pasolini affrontava il pericolo ogni giorno attraverso dichiarazioni e affermazioni che per quell’Italia erano troppo forti e provocatorie per essere accettate. E che gli attiravano addosso violenza e odio. Le parole di Pasolini erano quelle scioccanti di un intellettuale che vedeva più avanti rispetto ai suoi contemporanei, di una persona dotata di una sensibilità fuori dal comune.
La sua continua lotta contro la classe borghese era un attacco al conformismo troppo forte per non destargli antipatie e opposizioni violente.

Eppure la sua sembrava, almeno agli esordi, una storia come altre.

Pasolini nasce a Bologna il 5 marzo 1922, anche se gran parte della sua vita la passerà a Casarsa in Friuli e poi a Roma. Il rapporto con i genitori è da sempre controverso: con la madre si instaura un legame fortissimo, mentre il padre è troppo lontano perché Pasolini possa sentirsi in sintonia con lui. Nel febbraio del 1945 il fratello partigiano Guido viene ucciso sulle montagne friulane. Per il poeta e la sua famiglia è un duro colpo «Egli morì in un modo che non mi regge il cuore di raccontare: avrebbe potuto anche salvarsi, quel giorno: è morto per correre in aiuto del suo comandante e dei suoi compagni. Credo che non ci sia nessun comunista che possa disapprovare l’operato del partigiano Guido Pasolini» scrisse Pier Paolo Pasolini nel 1971 sul giornale comunista Vie Nuove.

Il trasferimento a Roma avviene nel ’50. Sono anni difficili vissuti in povertà, disoccupato e trasportato in una realtà, quella delle borgate romane, molto diversa dalla provincia friulana. Nel 1954 Pasolini pubblica La meglio gioventù, volume di poesie dialettali, e l’anno dopo Ragazzi di vita per Garzanti. Inoltre si avvicina sempre più al cinema, prima scrivendo dialoghi, poi arrivando a un suo film nel 1961, Accattone. Da lì in poi comincia a fare film sempre più scandalosi per l’epoca, attirandosi la rabbia di quella società borghese che, del resto, era l’oggetto principale della critica e dell’insofferenza di Pasolini. Fino ad arrivare alla contestatissima proiezione al Festival di Venezia del 1968 di Teorema.

E poi continua col suo ruolo di intellettuale controcorrente, critico nei confronti di una società che stava drasticamente cambiando, fino al drammatico 2 novembre 1975 quando fu ritrovato il suo corpo.

Di Pasolini rimangono a noi le sue opere, il suo genio che mai si rassegnava a una società borghese, i suoi film, le testimonianze dei suoi amici. L’unica cosa che ancora non abbiamo è una spiegazione della sua tragica fine, il perché sia morto.